Il Sangiovese a Montalcino: il Brunello, la zonazione – note di degustazione 2

[Le incomparabili note di degustazione di Alice, redatte su due diversi registri: pubblico e privato. Riconducono molto bene ad unità le due diverse esperienze che un degustatore affronta in assaggio: analitica ed emotiva. – Le annate tutte 2010]

geologia

Imparare giocando. Era il commercial-rivoluzionario tormentone degli anni Ottanta di una, allora, nota casa produttrice di giochi per bambini, che insieme ai mobili di Nonno Ugo e al Cuore di Panna, infondeva ottimismo, in effetti più nei genitori degli allievi che negli allievi stessi. Oggi noi scolaretti di allora siamo cresciuti e studiamo quello che ci va e che ci piace. Forse adesso cogliamo il vero senso di quello spot che allora non ci convinceva poi tanto. Insomma, in situazioni fortunate, imparare può davvero significare giocare ed esplorare, per la gioia dei pedagoghi illuminati che lo sostengono da–quel–dì e con buona pace del Korpo Docenti del Battaglione Rottermaier.

Càpita, dunque, di trovarsi a salire su un trenino da city-tour e fare quattro passi per le zone di Montalcino. Il clima è festoso e rilassato, tuttavia non si tratta di andare a zonzo. Si va verso una mèta. Si prova a trovare le differenze nei sei bicchieri, senza pretese di verità assolute (suvvia, mica c’è il Sacro Graal!), sapendo che i liquidi in essi contenuti provengono da aree, terreni e mani diverse. O forse si cercherà piuttosto il filo rosso che li unisce nelle loro diversità? Comunque lo si guardi, il pallone è rotondo ed è a disposizione per chiunque abbia voglia di tirare due calci.

Le note pubbliche/ le note privé:

1. Fattoria dei Barbi Vigna del Fiore
Peonie e gerani e animale e sangue sullo sfondo. Sale, una punta d’agrume, pompelmo rosa. Retrolfatto e lunghezza gonfi di calore, che tuttavia esplode dopo. /
Sussurra, sbuffa, progredisce a ritmo cadenzato ma senza perdere la grazia. E’ un passo deciso ma mai marziale. Sfondo rosso sanguigno, calore che arriva in fondo, come a imprimere con il marchio di fuoco l’esperienza vissuta.

Tiezzi Poggio Cerrino
Spezie dolci, radici di liquirizia, cannella, ferro, naso scuro, di cenere. Tannini croccanti e graffianti ma perfettamente integrati all’acidità che rende il vino vivo e vivace. /
La verve. Energia che non vuole essere contenuta fra le quattro mura del vetro. Chiudere in una scatola il miglior maratoneta e tenerlo rannicchiato e costretto. Poi scoperchiarlo e dirgli “vai!”. Un momento di disorientamento, poi lo stretching, poi va e, se è il miglior maratoneta, come va!

Caprili
Primo impatto di dolcezza che lentamente prende la forma della salamoia, dell’acqua delle olive, delle alici. Arancia amara, una punta di china. La bocca è esplosiva, gustosa, quasi mangiabile, salata. Purtroppo il legno è una presenza che appesantisce un po’ la struttura altrimenti snella del vino. /
Si incurva sotto il peso del legno e questo peso sulla schiena lo costringe a percorrere la bocca a salti e singhiozzi, disorientando il palato. E’ ancora giovane, si libererà del sacco sulle spalle non appena avrà trovato l’angolo buono per disfarsene.

Salicutti Il Piaggione
La bellezza. Naso fine, salino, di ciliegia spigolosa, frutta secca. Bocca solare, generosa, aspersa d’incenso, chiama al riassaggio, bacche rosse e ribes. Tutti i sentori definiti, si presentano uno dietro l’altro come a palesarsi sul palcoscenico senza confondersi, perché ognuno è protagonista. Poi si stringono le mani e si confondono in un inchino condiviso. /
Se è bello come un blocco di marmo da cui lentamente e sotto l’abile scalpello esce la vita sotto forma di nervi e vene, quello che impressiona è la chiusura: un colpo di tacco, un casqué. Sembra che se ne vada, ma poi torna, e concede, generoso, tutti i bis richiesti. Anche dopo un’ora nel bicchiere, da professionista vero.

Il Poggione
Scuro di frutta matura e cacao. Brucia un po’ il naso. Poi fogliame e brughiera, di bosco sul mare. Bocca molto salata, di alloro e di mirto. Di cardi e ortica. Mediterraneo. /
Verde bottiglia, verde scuro, verde bosco, verde oliva. Tuttavia affatto “verde”, se per verde si intende immaturo, giovane e crudo. E’ verde senza esserlo. E’ di tessuto mimetico. Con chiazze rosso acceso.

Il Marroneto
Grafite, radice di liquirizia, cola, mirtillo, spezie dolci e erba fresca. Tannini che ci tengono a non passare in secondo piano. Equilibrato in questa graziosità di freschezze e dolcezze e nella fragrante croccantezza della spina dorsale. /
La convivenza dei due volti della stessa anima. E’, sì, possibile essere decisi e accomodanti, severi e generosi, duri e disponibili. Non si perde in coerenza né si risulta ridicoli. Vale anche per il vino.

 

Alice

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Il Sangiovese a Montalcino: il Brunello, la zonazione – note di degustazione

[Ecco le note e le valutazioni centesimali di Daniele D’Ercole, sulla prima delle due serate dedicate al Brunello – nota: i vini sono tutti dell’annata 2010.]

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1. Fattoria dei Barbi Vigna del Fiore
Apre su note di geranio, metallo caldo e procede con netti sentori di legna arsa e pepe bianco.
In bocca segue balsamico in una trama tannica aggraziata e ben definita. La progressione gustativa è esaltata da note di the caldo in retrolfatto. 91/100

2. Tiezzi Poggio Cerrino
Carne cruda, erba umida di sottobosco e terra scura. Entra freschissimo ma
bilanciato. Vino gourmand, lascia una nota erbacea piacevole.
Riassaggiato a fine degustazione appare stanco, asciugato della freschezza
(??). Senza Voto

3. Caprili
Spezie dolci, pop corn dolce, sale, conserva di pomodoro ancora calda. Naso
non perfetto, un po’ sgraziato.
In bocca colpisce il tannino un po’ polveroso. Lascia un ricordo ematico che va via troppo rapidamente. 84/100

4. Salicutti Il Piaggione
Ciliegia matura, legno di balsa, incenso, erbe officinali, erbe vietate.
Tutto nettamente definito e in progressione precisa e netta.
In bocca mantiene le promesse lasciando una traccia di sale e arancia
sanguinella che invita ad un nuovo sorso. 93/100

5. Il Poggione
Il più mediterraneo della batteria. Apre con mirto, scoglio bagnato e
frutta scura croccante.
In bocca è coerente ma chiede ancora tempo. 89/100

6. Il Marroneto
Geranio, conifera, balsamicità di ginepro. Mi rimanda a qualche ricordo
bolgherese per le note vegetali.
Anche qui la gioventù si sente. 88/100

Daniele D’Ercole

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Il Sangiovese a Montalcino: il Rosso – note di degustazione

[riceviamo e volentieri pubblichiamo (cit.), le note della serata dedicata al Rosso di Montalcino di Michelangelo Fani]

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Rosso di Montalcino Le Ragnaie DOC 2010
Granato con riflessi rubino, piuttosto trasparente. Profumi fini, cenni floreali, note mentolate e spezie che, ad una successiva ossigenazione virano verso sensazioni di tostatura e caffè. Frutti rossi e mineralità ferrosa. Espressione leggiadra, non privo di grinta, acidità spiccata e tannino sottile. Buona persistenza.

Rosso di Montalcino Tiezzi DOC 2012
Granato. Prima impressione su note smaltate che poi lascia spazio a note fruttate, arancia amara, pesca gialla. Un rosso tradizionale, che esprime potenza, pienezza e masticabilità.

Rosso di Montalcino Le Potazzine DOC 2012
Profilo olfattivo austero che intreccia note scure, frutta di bosco, mora, macchia mediterranea, corteccia e spezie. Avvolgente, suadente. Grande personalità.

Rosso di Montalcino Col d’Orcia DOC 2013
Rubino vivace. Prima impressione olfattiva compressa, con alcune sensazioni di riduzione. Emergono poi toni fruttati, tostatura, un cenno di humus. Sorso di bell’equilibrio, vivace, piacevole, nettamente superiore a quanto presagito dal naso.

Rosso di Montalcino Biondi Santi DOC 2010
Rubino intenso. Profonda speziatura, elegantissima, che svetta sulla nota floreale. Sensazioni minerali. Assaggio equilibrato, senza eccessiva potenza, agile, tannino sottile e levigato. Potenziale di invecchiamento.

Rosso di Montalcino San Lorenzo DOC 2008
Fil rouge stilistico che riconduce al Rosso di Montalcino di Tiezzi, pur appartenendo a zone distinte. Nota fruttata decisa, con cenni smaltati. Note di tè nero. Acidità ben calibrata e tannini vellutati. Stile tradizionale.

Rosso di Montalcino Le Macioche DOC 2010
Rubino. Nota acidula di succo di ribes, erbe di campo, fiori e cenni tostati. Freschezza ben delineata, complessivamente equilibrato.

Rosso di Montalcino Ignaccio DOC 2013
Rubino intenso. Profumi di torrefazione che aprono alla florealità, nota di rosa, ricca speziatura. Austero all’assaggio, potente ma non privo di solarità. Stile tradizionale.

Michelangelo Fani

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Il Sangiovese a Montalcino: il Brunello – la storia

2. Il vino per chi ha pazienza – Il Brunello è, secondo Burton Anderson, il vino per chi ha pazienza.  E il luogo, nelle parole di Alfonso Gatto, è “…un paese così antico che suggerisce per la sua pace la notizia del quotidiano e il bisogno dell’essere, […] un paese che ha una libertà endemica…”.

Pazienza, antichità, libertà endemica.  Tre spunti per apprezzare un vino, il suo rapporto con il tempo, le sue molteplici variazioni espressive – una per ciascun versante, una per ciascun interprete, una per ciascun’annata.

Tre spunti per apprezzare l’intuizione ottocentesca dei Biondi Santi – ma anche degli Angelini, degli Anghirelli, dei Colombini, dei Costanti, del Paccagnini, dei Padelletti e altri ancora – e specialmente di Ferruccio, che concepì e realizzò al Greppo, e a Scarnacuoia, i presupposti del vino che oggi beviamo: il rigore imposto alla youthful exuberance del sangiovese, l’austerità, la complessità, la progressiva convergenza di puissance e finezza, concentrazione ed eleganza.

E in virtù di tutto ciò la capacità di descrivere nel tempo un’evoluzione densa di significati.

2 – Il vino per chi ha pazienza

Per questa terza parte si proporranno in assaggio,  sei diversi Brunello, più uno,  in diverse annate e profondità di affinamento, a mostrare il rapporto col tempo di questa forma del sangiovese a Montalcino. Il modello di degustazione sarà quello abituale della ricognizione, con assaggio alla cieca di campioni ordinati in sequenza, ma questa volta dichiarati prima:

BdM Stella di Campalto 2008, BdM Biondi Santi 2007, BdM Lisini Ugolaia 2004, BdM Tiezzi  Poggio Cerrino 2006, BdM Sanlorenzo (2005, 2003); bonus track.

Sette i vini, quattordici i posti, degustazione alla cieca – stavolta conoscendo la lista dei vini, ma non l’ordine di servizio – per il terzo seminario tematico in terra di Montalcino.

Relatore principale per la terza e conclusiva serata sarà ancora Emanuele Giannone, esperto e narratore, senza il cui apporto questo ciclo di seminari non sarebbe stato possibile.

Martedì, 1 Dicembre, 19:15, al ristorante La Regola, piazza S. Paolo alla Regola, 40.

Per informazioni: degustazioni@winemining.org.

 

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Il Sangiovese a Montalcino: il Brunello – la zonazione

La mia originalità (ammesso che questa sia la parola giusta) è, credo, una originalità del terreno, non del seme. Getta un seme nel mio terreno e crescerà in modo diverso che in qualsiasi altro terreno. (L.Wittgenstein)

1. Getta un seme nel mio terreno - È vero. A questo aggiungiamo che, sì, l’originalità è del terreno; ma a qualificarla concorrono i gradi di libertà nella scelta del seme, che in un solo genere compendia più tipi; e in quella delle misure per custodirne il frutto, che sono questione tecnica o, più propriamente, culturale.

Torniamo a Montalcino per il primo di due appuntamenti conviviali: per spiegare e testare la versione del filosofo, ma – non preoccupatevi, non sappiamo farla – senza far filosofia.

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1 – Getta un seme nel mio terreno

Per questa seconda parte si proporranno in assaggio, a verifica,  sei diversi Brunello di Montalcino, associati a sei distinte sotto-zone di provenienza, per rappresentare le differenti espressioni territoriali dell’areale, in quest’altra forma del sangiovese a Montalcino. Il modello di degustazione sarà quello abituale della ricognizione, con assaggio alla cieca di campioni ordinati in sequenza.

Sei i vini, quattordici i posti, degustazione alla cieca, per il secondo seminario tematico in terra di Montalcino. Relatore principale per la serata sarà Emanuele Giannone, esperto e narratore, senza il cui apporto questo ciclo di seminari non sarebbe stato possibile.

Martedì, 24 Novembre, 19:15, al ristorante La Regola, piazza S. Paolo alla Regola, 40.

Per informazioni: degustazioni@winemining.org.

 

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Cesanese, cesanesi: una ricognizione – risultati

Questi i vini utilizzati per la degustazione, nell’ordine di servizio:

ordine di servizio aleatorio e non prestabilito, deciso dai partecipanti (e da un dado) al momento di cominciare la degustazione, a bottiglie già coperte. Ovviamente fa eccezione il vino introduttivo (il “numero zero”), che però dalla valutazione è poi escluso.

In ordine di servizio, da destra a sinistra.

In ordine di servizio, da destra a sinistra.

Le medie delle valutazioni di gradimento individuale, hanno condotto a quasi tutti  “good+”, risultato decisamente eccellente, trattandosi appunto di valutazioni medie.
Se si aggiunge che alla cieca le valutazioni tendono ad essere in generale più basse, si può comprendere come la qualità percepita sia stata estremamente elevata in questa degustazione.

I commenti a voce registrati durante la degustazione confermano questa analisi, così come la “sorpresa” sulla inattesa qualità complessiva dei vini dimostra come fosse tempo di dare attenzione e merito a questi vini.

Una valutazione complessiva della qualità dei vini in degustazione, ottenuta dalla media di tutte le valutazioni di gradimento espresse complessivamente si attesata su valore equivalente a “good+“.

Passando ora alla valutazione determinate ai fini di WineMining, quella di preferenza, questi sono stati i valori di preferenza totale ottenuti dai vini in degustazione:

qui elencati in ordine di servizio. Come si vede valori molto vicini tra loro. A nette preferenze individuali qui non corrispondono poi tendenze collettive individuabili: c’è un primo ed un ultimo, certo, ma pochissimo li distanzia. In genere ciò non accade, questo è stato un risultato particolarmente “piatto”.

Volendo riassumere in un’unica tabella tutte queste informazioni, ricordandone la gerarchia (il gradimento è assoluto e dipende dal metro di giudizio individuale, dalle aspettative etc., la preferenza invece no  – motivo per cui solo questa è rilevante qui), si può cominciare a vedere come, per i partecipanti, a fronte di un elevato gradimento dei vini, sia poi stato difficile definire un ordine di preferenza che risultasse, collettivamente, univoco e coerente.


Ciò si può inferire dal basso scarto nelle valutazioni di preferenza (tutte sopra i 40, tutte sotto i 60, molto centrali quindi) e dal fatto, rilevantissimo, che nelle preferenze individuali tutti i vini siano stati considerati tanto primi, quanto ultimi senza eccezioni: si veda il III, Torre del Piano, che 3 partecipanti hanno considerato “primo preferito” ed altri 3 “ultimo preferito”; questo indica appunto la difficoltà a scegliere una classifica (riferita a voce da diversi partecipanti durante la serata) così come una eterogeneità dei profili di preferenza dei partecipanti.

Per chi volesse comprendere meglio questo rilevantissimo aspetto, rimando al confronto con altre degustazione in cui, con un gradimento complessivo ancora maggiore, si è poi arrivati a valori di preferenza nettissimi, convergenti e ben distanziati: questa ne è un esempio, ma ve ne sono altri.

Integrando le preferenze totali, espresse per ciascun vino, insieme al relativo accordo, il quadro diventa ancora più chiaro ed eloquente: la configurazione qui è a “rosata stretta” e centrale, con i valori di accordo molto bassi (tutti al disotto del 40 salvo uno, v. sotto) e, sopratutto, omogenei per tutti i vini!

Nessun vino supera il 75 (e neppure il 60), e nessuno scende al di sotto del 25, e nemmeno del 40.

Mantenendo il confronto con la degustazione precedente, laddove in quella si esprimeva nettamente un primo preferito ed un ultimo, con elevati valori di accordo, qui viceversa ciò non accade, risultando difficile distinguere il primo dall’ultimo, tanto sono ravvicinati; l’accordo è coerentemente molto basso conseguentemente.

Riporto qui, per comodità, i valori di preferenza totale in ordine di ranking per facilitare la lettura del diagramma:

e per concludere infine, questa è invece l’altra visualizzazione grafica dei valori di accordo integrati con la preferenza:

nel complesso, e come si è detto, molto bassi con l’Hernicus ed il Cirsium appena maggiori degli altri.

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Cesanese, cesanesi: una ricognizione

By Fabio Sbaraglia (Immagine:Monti Ernici.jpg from Italian Wikipedia) [Public domain], via Wikimedia Commons
Dopo la prima parte del seminario ilcinese, dedicata al Rosso di Montalcino, e prima delle due puntate conclusive sul Brunello, torniamo alle origini, ai fondamentali, con una ricognizione “pura” su un vitigno: il principale autoctono del Lazio a bacca rossa.

Sei vini esemplari, più uno, espressione delle diverse interpretazioni possibili del Cesanese – nei due vitigni e nelle tre denominazioni dedicate (Piglio, Affile, Olevano) – per una ricognizione dal tema assolutamente varietale, ma in un territorio comunque circoscritto, alla ricerca delle chiavi di lettura giuste per il rosso più promettente del Lazio.

L’appuntamento è per martedì 27 Ottobre al ristorante La Regola.
I posti disponibili sono quattordici, sette i vini in degustazione.

[nota: pubblico questo post a degustazione avvenuta, per mera completezza di sequenza sul blog, non avendo avuto tempo di farlo prima.]

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Mario Soldati – Vino al vino – Anagni, Cesanese

Avevo, però, ricordi meravigliosi di Anagni. C’ero stato ripetutamente, e una volta mi ero fermato più di un mese, per girare gli esterni di un film. Ecco perché, da Campobasso raggiunta Napoli a notte, e ripartito la mattina dopo per Roma, quando sul lungo ciglio dell’ultima collina della Ciociaria vidi Anagni alta nel sole di mezzogiorno, dissi a mia moglie di uscire dall’autostrada: avremmo fatto colazione lassù, in una vecchia trattoria sublime dove tanti anni fa si beveva un vino indimenticabile: un Cesanese del Piglio: dolce, pastoso, corposo, spesso, rosso cupo quasi nero, e di un gusto che soddisfaceva completamente malgrado la sua stranezza.

Ma ne avevo dimenticato il nome: Trattoria dell’Aquila? Trattoria del Falco? Ricordavo solo che era a destra, nella stretta, buia, serpeggiante via principale. Un antico palazzo, forse medievale: enormi mura, grandi sale, soffitti a cassettoni anneriti. La facciata dava sulla via; e il retro, come lo sperone tufaceo su cui era costruito, si protendeva verso il sole, nell’aperta vallata del Sacco. Ricordavo che dal portone massiccio dell’ingresso si vedeva, a cannocchiale, in fondo al grande buio delle successive stanze, una piccola finestra quadrata, dorata e sfavillante di sole.

Ah, la gioia di arrivarci verso l’una, di giugno, sudati, assetati, affamati, affranti dopo che dall’alba avevamo lavorato nei campi, nelle vigne e sulle strade polverose, combattendo una vera battaglia con le macchine da presa, i cavalli, gli attori, i cascatori, le comparse, per ricostruire una battaglia finta tra i soldati napoleonici del generale Hugo e le truppe di Fra’ Diavolo! La gioia di attraversare quel fresco e quel buio verso le tavole di salvezza che ci attendevano nella penombra dell’ultima sala splendendo col candore delle tovaglie appena sfiorate, alle cocche, dai raggi del sole ancora altissimo!

Naturalmente, trovai cambiata anche Anagni. Una nuova città – i soliti condominii e le solite villette – era stata costruita tutt’intorno alla vecchia sui due versanti della collina, specialmente dalla parte di mezzogiorno. Ma, per fortuna, all’interno, tutto lunghesso il ciglio, la vecchia Anagni sembrava intatta.

Infilammo la stretta e buia via principale. Pregai mia moglie di guidare adagissimo. Spiavo sulla destra, sicuro di riconoscere la straordinaria trattoria dall’insegna o anche soltanto, se insegna e trattoria non esistevano più, dall’archivolto e dagli stipiti, a grossi bugnati, del portone d’ingresso. Invano.

D’altra parte, i vecchi palazzi dalle mura scure e consunte erano tutti lì, stretti, addossati, ininterrotti: neanche uno era stato demolito e sostituito con un nuovo edificio: neanche uno era stato restaurato o ridipinto. La trattoria sembrava che fosse sparita! «Forse non ti ricordi bene» disse mia moglie. Ma se non fossi riuscito a trovare traccia dell’antica osteria, avrei pensato, piuttosto, a un’allucinazione retrospettiva.

Arrivammo sulla piazza Cavour, che si affaccia alla vallata con un ampio terrazzo. Era, adesso, un parcheggio ingombro di un centinaio di macchine: a stento troviamo un posto per la nostra. Mi avvicino a un vecchio e comincio, esitando, a descrivergli la trattoria: mi interrompe, senza lasciarmi finire: mi ha riconosciuto, si ricorda benissimo di me: mi indica la via principale, che continua dopo la piazza, oltre il turrito, fosco Palazzo del Comune: pochi passi più in là, sulla destra, troverei non l’Aquila, non il Falco, ma «Il Gallo»!

Anche al Gallo, la Dio mercé, tutto è identico a una volta. E anche lì la padrona, che allora era una ragazzina e adesso è una donna, una bella bionda, mi riconosce. Sono venticinque anni che non mi vede: eppure mi accoglie come se mi stesse aspettando da un momento all’altro.

La osservo, cerco di ricordarmela, sì, mi sembra e non mi sembra… ma no, evidentemente si trattava di sua madre. Ed ecco, infatti, la madre, anziana e solida, che, a se stessa di venticinque anni fa, non assomiglia quanto le assomiglia, ora, sua figlia quarantenne, alta, forte, allegra. Vedendo che continuo a scrutarla, mi dice a bruciapelo: «Lei guarda i miei capelli e si stupisce, no? Embe’, me li so’ fatti biondi!»

Chissà perché, forse perché non riesco proprio a ricordarmela, penso che quando aveva quindici anni fosse meno bella di adesso. Certo era meno curata, meno signorile, meno chic. È alta, ho detto: e osservando, al di sopra della sua capigliatura bionda, il vecchio soffitto a cassettoni, mi accorgo di un altro particolare che assolutamente non ricordo: i travi sono gli stessi, massicci e anneriti, ma il fondo di ogni scomparto è celeste vivo, con decorazioni di bellissimi fiorellini multicolori.

«Ma quei fiorellini una volta non c’erano!» dico alla madre. «C’erano, c’erano: solo che erano sporchi e nun se vedevano: li abbiamo fatti ritoccare.» Mi guardo intorno e capisco che dappertutto si è proceduto alla stessa operazione giudiziosa, un modello che l’intera Italia dovrebbe imitare: non solo conservare il conservabile ritoccandolo con estrema cautela, ma migliorarlo in modo così scrupoloso che le innovazioni si accordino sempre all’antico.

E così è, al Gallo di Anagni, anche per il vino e per il cibo. I Cesanese del Piglio? C’è sempre, naturalmente: ma quello dolce, lo servono alla fine, come va, per il dessert. Durante il pasto, assaggiamo un Cesanese del Piglio ben secco, con un fondo amarognolo, e servito, come va, fresco di cantina.

E assaggiamo, prima e in maggior copia, un Bianco di Anagni che allora, almeno qui al Gallo, non davano, e che è semplicemente perfetto: leggero, in equilibrio tra l’asciutto e l’abboccato: gradazione alcoolica 12. Vitigni: Trebbiano e Malvasia di Candia, come quasi tutti i bianchi del Lazio: più qualche percentuale di Agostinella, Romanesco, Bello Velletrano.

Quanto al pasto, mi annoto il principio e la fine. Il delizioso ganascione, una focaccia calda e croccante, insaporita di aglio, ripiena di prosciutto e provolone. E una ricotta fresca, appena dolce e, nel contempo, appena salata. Non acquosa. Non troppo soda. Se pensiamo che oggi la ricotta quasi non esiste più!

Si presenta frattanto al nostro tavolo un giovane del luogo, il professor Alberto Vari. Ci parla di Anagni. Esalta lo straordinario progresso di Anagni in questi ultimi anni. Ci conferma una realtà che già avevamo intuito: costruita tutta in cresta, la città vecchia non ha potuto essere guastata.

Inoltre, nella pianura immediatamente sottostante, fioriscono moltissime industrie: perché qui siamo a Sud e cioè dentro gli stabiliti confini che permettono nuovi impianti coi capitali della Cassa del Mezzogiorno, ma siamo ancora vicinissimi al Nord.

«Lo sa che, come numero di automobili in rapporto al numero degli abitanti, Anagni è addirittura la prima città d’Italia? La seconda è Torino.» Non gli dico niente, ma penso che vorrei controllare.

Intanto la colazione è finita, forse bisogna decidersi e andare a Roma: un ritorno che, ogni volta, mi inquieta.

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Il Sangiovese a Montalcino: il Rosso – lista dei vini

Ecco la lista dei vini utilizzati nel seminario del 22 Settembre scorso, dedicato al Rosso di Montalcino, con cui sono riprese le degustazioni di WineMining per la stagione autunnale. L’ordine dei vini è quello di servizio.

Lista

(per scaricare il PDF  WM2015-RossoDiMontalcino)
I vini sono stati serviti in due batterie, dall’1 al 3 e dal 4 al 7, dopo una prima introduzione qui indicata dal numero 0.

I prezzi indicati, sono ricavati dagli scaffali delle enoteche romane dove possibile, oppure da stime del produttore: sono quindi effettivi, correnti e non stimati, ma vengono qui approssimati all’intero per brevità, si intendono comunque indicativi e si riferiscono all’ultima annata in commercio.

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Il Sangiovese a Montalcino: il Rosso

L’anno fu il 1984, ma la DOC che vi vide la nascita è tra le meno orwelliane possibili.

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Il Rosso di Montalcino fu infatti, essenzialmente, una concessione di libertà: procedurale, innanzitutto, perché il disciplinare è meno vincolante rispetto a quello del Brunello; gestionale, in secondo luogo, perché equivale a un incremento notevole della rotazione di magazzino e a un capitale circolante più velocemente liquidabile; e, infine, stilistica, perché apre il campo a nuove varianti espressive mantenendo il vincolo (deo gratias!) del sangiovese quale unico vitigno, in purezza.

Trent’anni di vendemmie hanno dimostrato la triplice fondatezza della scelta e l‘affrancamento del Rosso, in buona parte della sua produzione, dalla dimensione semplice della DOC di ricaduta. Vive di dignità, identità e stili propri, la cui individuazione è in molti casi abbastanza immediata nel bicchiere. Questa primo di tre seminari verte su questa tesi.

"Montalcino 002" di O.S. dal de.wikipedia.org. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Montalcino_002.jpg#/media/File:Montalcino_002.jpg

Sangiovese Grosso

 

I moduli tematici del seminario saranno:

  • La varietà, i versanti e gli stili: Rosso di Montalcino e sangiovese di Montalcino, le possibili partiture e le possibili diverse esecuzioni.
  • L’identità del Rosso: in quali caratteristiche si manifesta, tra letture didascaliche, marketing-oriented e libertarie.
  • La tesi e l’antitesi: il Rosso è un Brunello depotenziato?
  • La dimostrazione, ovvero la degustazione.

Si proporranno quindi in assaggio, a verifica, sette diverse espressioni di Rosso di Montalcino, per rappresentare le differenti interpretazioni stilistiche e territoriali di questa forma del sangiovese a Montalcino. Il modello di degustazione sarà quello abituale della ricognizione, con assaggio alla cieca di campioni ordinati.

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Sette i vini, quattordici i posti, degustazione alla cieca, per un primo seminario di approfondimento sull’espressione del sangiovese a Montalcino. Relatore principale per la serata sarà Emanuele Giannone, esperto e narratore, senza il cui apporto questo ciclo di seminari non sarebbe stato possibile.

Martedì, 22 Settembre, 19:15, al ristorante La Regola, piazza S. Paolo alla Regola, 40.

Per informazioni: degustazioni@winemining.org.

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